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| Cosa si cela davvero dietro la vicenda Fiat? |
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| TERZO FRONTE - Italia |
| Scritto da Moreno Pasquinelli |
| Mercoledì 28 Luglio 2010 13:46 |
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Mario Deaglio, oltreché docente di economia internazionale all’università di Torino, è considerato, tra gli economisti italiani, un vero e proprio luminare. Frequenti sono i suoi interventi su organi di stampa e nelle Tv. Si distingue per i suoi giudizi sempre misurati, sembra ispirati all’idea che il giusto sta sempre … nel giusto mezzo. Ci sono tuttavia vicende che o stai di qua o stai di là, anzitutto quando è il committente che fa la voce grossa. La questione FIAT è una di queste. Senza dirlo, ma in risposta all’Appello dei cento economisti, Deaglio sostiene che, per quanto sia giusto keynesianamente ritenere necessarie “misure di stimolo all’economia” (leggi aumento della spesa pubblica), queste sono di fatto impossibili nel nostro paese “a causa del debito pubblico troppo alto”: «Siamo più o meno costretti dalle circostanze a muoverci come ci stiamo muovendo», quindi sì alla manovra Tremonti e al “rigore”. Deaglio, da buon cristiano qual è, si pone infine una domanda da un milione di dollari: «Il mio interrogativo principale non è se questa manovra sia economicamente sostenibile: lo è. Ma lo sarà politicamente e socialmente? Ho qualche dubbio. (…) Il malcontento popolare comincia a farsi sentire. Se la gente percepisce le riforme come “macelleria sociale”, come facciamo a fargli cambiare opinione?». Una riflessione prima di venire al sodo. Come può, una determinata politica di rigore che trasferisce reddito dai salariati e dai moribondi ceti-medi al capitale, essere economicamente “sostenibile” ma non esserlo socialmente e politicamente? L’economicismo è duro a morire! Parliamoci chiaro, qui “sostenibile” sta come metafora per dire “accettabile” alle classi sociali a cui si chiede il “rigore”, ovvero l’accettazione di consegnare una quota del loro reddito al capitale. Non sarà “sostenibile” ove queste classi si rifiutassero questa cessione. E come potranno fare le classi subalterne se non ribellandosi? Ovvero ponendo fine alla pace sociale e all’obbedienza politica ai partiti e ai sindacati asserviti al capitale. Come la si rigiri, la politica sta sempre al posto di comando. Se una data politica non è fattibile politicamente e socialmente non lo è nemmeno economicamente. In parole povere: se i lavoratori e i ceti medi restassero inermi, se governo e capitale potessero fare e disfare a loro piacimento, non solo questa manovra sarebbe “sostenibile”, tutto sarebbe loro permesso. Ma qual è il sodo? Sta nell’editoriale di Deaglio su LA STAMPA del 26 luglio, dove il Professore, che la sa lunga, dice la sua sulla vicenda Mirafiori e in particolare sul “tavolo negoziale” convocato dal ministro Sacconi. Col solito pretesto della globalizzazione, Deaglio rivela che il ricatto di Marchionne ai lavoratori (o accettate le mie condizioni o chiudo lo stabilimento), cela la vera posta in palio, «… che nell’ottica dell’economia globale, [è in discussione] il problema della sostenibilità del modello sociale europeo, specificamente nella sua variante italiana, caratterizzato da forti componenti non monetarie della retribuzione. Fino a non molto tempo fa si pensava che questo modello si sarebbe imposto al mondo… come sappiamo le cose non sono andate così.». Ovvero: è il modello dei “paesi emergenti” che si sta imponendo all’Occidente, «… si deve lavorare di più, con mansioni più flessibili, per retribuzioni pari a quelle di prima». Aggiungiamo noi: addirittura più basse. Quindi Deaglio conclude che ci sono solo due vie per non soccombere. La prima è “la sostanziale riscrittura del modello economico-sociale europeo”, cioè la “macelleria sociale”, mitigata da un “… salario di cittadinanza, nell’ottica di ottenere e mantenere la produttività necessaria per stare sul mercato globale”. Detta così ogni lavoratore che abbia sale in zucca, risponderebbe a Deaglio: “Evviva il protezionismo!”. È economicamente “sostenibile” questa trasformazione? Sì, date certe condizioni politiche e sociali. Sì, cioè, se milioni di lavoratori salariati lo vorranno, decidendosi a prendere in mano le sorti del paese. Sì se nei prossimi anni si farà avanti una forza politica che avrà il coraggio di dire che i sacrifici, che di certo andranno fatti, andranno fatti per rifondare il paese da cima a fondo.
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